Robot umanoidi: il futuro è bipede, ma la fabbrica per ora no
Almeno una volta al mese qualcuno mi inoltra lo stesso tipo di video. Un robot con due gambe e due braccia che fa un salto mortale, piega una maglietta, carica una lavastoviglie. E sotto, puntuale, la domanda: «Andrea, ma tra quanto questi sostituiscono i tuoi cartesiani?» Capisco la curiosità. Io lavoro da anni con portali, assi lineari e macchine che di umano non hanno niente — si muovono su guide dritte, avanti e indietro, e non faranno mai un salto mortale. Proprio per questo, forse, la domanda me la fanno spesso. E la risposta che do non è quella che si aspettano: gli umanoidi sono una cosa seria, ma la fabbrica, per ora, resta un altro mestiere.
Partiamo dall'idea, che è migliore di quanto sembri dai video. Un robot umanoide ha la forma che ha per un motivo preciso: il mondo è costruito a misura d'uomo. Le scale hanno gradini alti 17 centimetri, le porte maniglie a un metro da terra, gli utensili impugnature per mani con cinque dita. Se vuoi una macchina che entri in ambienti pensati per le persone senza rifare gli ambienti, darle la forma di una persona è una scorciatoia logica. Su questo i costruttori di umanoidi hanno ragione, e chi li liquida come un giocattolo da fiera sbaglia.
Il problema è che in fabbrica il ragionamento si ribalta. Da noi l'ambiente si progetta intorno alla macchina, non il contrario. E quando puoi progettare l'ambiente, la forma umana diventa un costo senza benefici. Fate i conti con me. Un portale cartesiano da fine linea solleva colli da 30, 50, anche 300 chili se serve, a ciclo continuo, per tre turni, e l'energia che consuma va quasi tutta nel lavoro utile. Un umanoide attuale porta in giro una ventina di chili scarsi — e una fetta consistente della sua batteria la spende solo per stare in piedi: bilanciarsi su due piedi è un problema di controllo che va risolto centinaia di volte al secondo, a vuoto, prima ancora di aver mosso un grammo di prodotto. Ogni articolazione in più è un attuatore, un riduttore, un cavo, un sensore: cioè un costo all'acquisto e un possibile guasto domani. Un asse lineare ha una meccanica che un manutentore capisce a colpo d'occhio. Una gamba robotica, no.
Poi ci sono le cose che nei video non si vedono. La prima: molti di quei filmati sono dimostrazioni brevi, girate decine di volte, e in diversi casi documentati dietro le quinte c'è un operatore in teleoperazione che guida i movimenti più fini. La seconda: l'autonomia reale sotto carico si misura in poche ore, non in turni. La terza, quella che a me preoccupa di più: la sicurezza. Un umanoide pesa tra i 50 e i 90 chili. Se cade — e i bipedi cadono, è nella loro natura sperimentale — cade addosso a qualcuno o a qualcosa. Le norme di sicurezza per macchine che camminano liberamente tra le persone sono un terreno appena iniziato, e chi installa impianti veri sa che senza certificazione non si entra in stabilimento, anche con la tecnologia più bella del mondo.
Un episodio piccolo, ma che mi ha chiarito le idee più di tanti articoli. A una fiera di settore, allo stand di un costruttore di umanoidi, ho cronometrato la dimostrazione senza farmi notare: il robot doveva prendere una cassetta da circa cinque chili da un tavolo e posarla su uno scaffale a tre metri di distanza. Tempo totale: poco più di quattro minuti, con due ripartenze guidate dal dimostratore e un tecnico che non gli toglieva gli occhi di dosso un istante. Nello stesso padiglione, a cinquanta metri, un portale cartesiano scaricava pallet a un ritmo che non ho nemmeno provato a contare: lo faceva dall'apertura della fiera, e avrebbe continuato fino alla chiusura senza che nessuno lo guardasse. Ecco, la distanza tra le due scene è la distanza tra una tecnologia da dimostrare e una da vendere a chi produce. Non è una colpa: tutte le tecnologie passano dalla prima fase. Ma chi compra macchine per la produzione deve sapere in quale delle due si trova.
Detto questo, sarei disonesto se chiudessi qui. Ci sono posti dove l'umanoide ha senso già oggi, o lo avrà a breve. I magazzini vecchi, quelli con soppalchi, scale e passaggi stretti che nessuno ristrutturerà mai: lì un robot che usa le infrastrutture umane vince contro qualsiasi rifacimento. I compiti molto variabili e poco ripetitivi, dove riattrezzare una linea costa più del robot. E soprattutto la ricerca: attuatori, batterie e intelligenza artificiale stanno migliorando a una velocità che chi ride oggi rischia di ricredersi in fretta. Io stesso, per non farmi abbindolare né dagli entusiasmi né dagli scetticismi, seguo la copertura di IEEE Spectrum sulla robotica: è uno dei pochi posti dove i progressi vengono raccontati con i numeri e i fallimenti non vengono nascosti sotto il tappeto.
Se volete un metro per giudicare da soli, ve ne lascio uno semplice, lo stesso che uso per le mie macchine. Dimenticate i salti mortali e guardate tre numeri: quanto costa un'ora di lavoro effettivo, quante ore passano tra un fermo e l'altro, e quanta parte del turno la macchina completa senza che nessuno debba intervenire. Il giorno in cui un umanoide chiuderà un turno di otto ore in uno stabilimento vero — pallet veri, ritmi veri, polvere vera — completandolo da solo, sarò il primo a scrivere che le cose sono cambiate. Non è una sfida: è una promessa. Il mio lavoro è far muovere roba da un punto A a un punto B nel modo più affidabile possibile, e se domani il modo migliore avrà due gambe, lo userò.
Per ora, nel mio pezzo di mondo — il fine linea, la pallettizzazione, la movimentazione dei carichi che contano — il lavoro lo fanno macchine noiose. Bullonate a terra, con due o tre assi che scorrono su guide dritte, senza niente da dimostrare a nessuno. Tra vent'anni saranno probabilmente ancora lì a fare lo stesso movimento, che è esattamente quello che gli si chiede. Gli umanoidi, intanto, imparino pure a ballare: il giorno che impareranno a durare, ne riparliamo. E voi, da che parte state: li vedete in fabbrica tra cinque anni, o è una bolla da palcoscenico? Scrivetemelo nei commenti, che su questo tema in officina non siamo mai d'accordo.
Andrea Milan
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